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Vinitaly 2006

📍 Verona ★★★★★
Vinitaly 2006

Vinitaly 2026, 13 aprile: quattro masterclass, il Raw Wine e qualche rimpianto

Quattro masterclass, una sessione al Raw Wine, un’autodegustazione in Alto Adige, un prosciutto sardo che rivaleggia col Patanegra, e la consapevolezza che a Vinitaly il tempo non basta mai. Questo è stato il mio 13 aprile alla 58ª edizione della fiera veronese, una giornata densa, iniziata la mattina presto col Sangiovese e chiusa nel tardo pomeriggio con i vini dell’Etna.

Prima di entrare nel merito: Vinitaly resta una grande kermesse. Ogni anno lo dico e ogni anno è vero. Ma va affrontata con metodo. Le masterclass si prenotano con settimane di anticipo — e anche così, le liste d’attesa funzionano. Molti prenotano e poi non si presentano. Io stesso ho dovuto saltare due appuntamenti per ritardi accumulati tra un convegno e l’altro. Il sistema regge, ma richiede flessibilità.

Sangiovese: il vitigno camaleonte

La giornata è cominciata con una masterclass condotta dal Master of Wine Andrea Bonari, dedicata al Sangiovese. Cinque espressioni dello stesso vitigno, cinque territori, cinque vini profondamente diversi.

Il concetto chiave: il Sangiovese è un camaleonte. Con oltre 125 cloni registrati, originario della Magna Grecia (Sicilia e Calabria), è un vitigno quasi impossibile da replicare fuori dall’Italia. Lo stress — idrico, termico, ossidativo — è ciò che sviluppa i tannini. L’effetto foresta abbassa le temperature di 3-4°C e aggiunge composti organici volatili. Non è poetica: è fisiologia vegetale.

I cinque vini degustati: il Morellino di Scansano di Roccapesta, leggero, fragrante, su matrice vulcanica. Il Rosso di Montepulciano di Boscarelli, con ciliegia e frutto a nocciolo, tannini succosi. Il Sangiovese di Romagna di Modigliano, più plurale e delicato, su suoli calcarei. Il Chianti Classico di Poggio Monsanto, concentrato, da suoli poveri di alberese e galestro. E infine il Brunello di Montalcino di San Polo, floreale, dal versante nord, con una geologia unica tra Cretaceo e Terziario.

Una masterclass che ha messo in fila il concetto in modo chiaro: il Sangiovese non è un vitigno, è una famiglia di vitigni. E il territorio non è un dettaglio, è il protagonista.

Raw Wine: poco tempo, qualche scoperta

Tra una masterclass e l’altra, un passaggio alla sessione Raw Wine. Quest’anno l’edizione veronese — concentrata tutta nel 13 aprile — ha riunito oltre 100 produttori da 10 paesi: Francia, Spagna, Svizzera, Austria, Slovacchia, Georgia, Slovenia, Brasile, Portogallo e Italia. Vini naturali, biologici e biodinamici, a minimo intervento. Tanti espositori, tanta energia, avrebbe richiesto molto più tempo di quello che avevo. Ho assaggiato qualche buon prodotto dalla Francia — niente di trascritto sul taccuino, purtroppo, perché il tempo era quello che era. La sezione merita una visita dedicata, non un passaggio al volo. Lo segno per il prossimo anno.

Sardegna: vino e prosciutto al livello del Patanegra

Nel Padiglione 8, la masterclass “I Vini che esaltano il suino di razza sarda”, condotta da Francesca Ciancio e Roberto Pisano. Il format era azzeccato: vini sardi abbinati a prodotti del suino di razza sarda. Una delle oltre 100 cantine presenti nella collettiva regionale. Dei vini non ho appunti dettagliati, ma il food ha lasciato il segno. Il prosciutto sardo era di un livello notevole, paragonabile al Patanegra. Non è un’affermazione che faccio alla leggera. Era davvero buono. Un piccolo reminder che il food, a Vinitaly, è spesso il compagno migliore del vino.

Alto Adige: venti vini in libertà

Un consiglio per chiunque vada a Vinitaly: passate dal Padiglione 6, quello dell’Alto Adige. Il Consorzio Vini Alto Adige mette a disposizione un’autodegustazione con venti vini a mescita libera. Serve solo registrarsi e basta. Nessuna prenotazione, nessuna lista d’attesa, nessuna formalità. Ti siedi e assaggi.

Quest’anno, tra i circa 90 produttori presenti allo stand collettivo, quattro etichette mi hanno colpito in modo particolare. Il Feldmarschall von Fenner 2023 di Tiefenbrunner: un Müller Thurgau da vigneti a 1.000 metri di quota, minerale, concentrato, di una complessità rara per il vitigno. Il Kerner di Unterhofer, fresco e varietale. Un grande Sauvignon 2023 di Girlan, preciso e tagliente. E il Gewürztraminer Puntay 2023 di Erste+Neue, aromatico senza eccessi, ben bilanciato.

L’autodegustazione altoatesina è un must di ogni Vinitaly. Niente code, niente attese, venti vini di livello in autonomia. Da fare ogni anno, senza discussioni.

No-Low Wine: non più un piano B

Nel primo pomeriggio, una masterclass dedicata ai vini dealcolati e a basso contenuto alcolico, con protagonisti Piccini e la tecnologia Vepsero.

I numeri del mercato: circa 3 miliardi di euro a livello globale, con proiezioni a 7-8 miliardi nel prossimo decennio. Gli USA guidano col 60% della domanda. L’Italia è allo 0,1%. Piccini ha comunicato i primi risultati: oltre 80.000 bottiglie prodotte (contro le 160.000 al giorno della produzione normale). Dato interessante: i fermi — bianco e rosso — hanno performato meglio dello spumante, e la grande distribuzione meglio dell’Horeca.

La tecnologia Vepsero lavora con distillazione sottovuoto a bassa temperatura. Più sostenibile dell’osmosi inversa, recupera gli aromi volatili nella prima fase e può raggiungere lo 0,05% di alcol.

In degustazione: lo spumante ha un ingresso morbido con finale acido, e mantenere il perlage naturale resta il problema principale. Il bianco ha un ingresso dolce, il carattere varietale è ancora in evoluzione tecnologica. Il rosso è più leggero, mancano i tannini, va bevuto giovane.

Il posizionamento suggerito: un’alternativa, mai un sostituto del vino. Distribuito attraverso i canali del vino, non delle bevande analcoliche. Il mercato è in crescita, la tecnologia migliora, ma la strada è ancora lunga — soprattutto in Italia, dove lo 0,1% di quota racconta tutto.

Gambero Rosso: 40 anni e otto vini che valgono il viaggio

La masterclass più bella della giornata. Anzi, la più bella di tutto il Vinitaly. Gambero Rosso ha celebrato i 40 anni della guida con una degustazione di otto vini iconici, condotta da Marco e Lorenzo. Otto bottiglie che da sole giustificano il biglietto d’ingresso.

Le due cuvée hanno dominato la scena. La Annamaria Clementi Dosaggio Zero 2011 di Ca’ del Bosco: un Franciacorta ricco, con persistenza aromatica e un’effervescenza cremosa che ti resta addosso. Annata importante, presentata da Maurizio, un vino che ha la complessità di un grande Champagne senza doverglielo nulla. E poi la Giulio Ferrari Riserva del Fondatore 2008: blanc de blancs, da un singolo vigneto — il Pianizza a 650 metri. Cremosa, minerale, con una finezza che lascia senza parole. Ferrari fu fondata nel 1902 e questo vino racconta più di un secolo di esperienza in una bottiglia.

Ma gli altri sei non erano da meno. Il Vintage Tunina 2023 di Jermann, creato nel 1976: blend di Chardonnay, Sauvignon, Malvasia, Ribolla Gialla e Picolit, senza legno, fresco, con un’evoluzione che dopo 10-15 anni diventa qualcosa d’altro. Il Verdicchio Riserva 2021 di Villa Bucci, dai Castelli di Jesi: puro, strutturato, con un potenziale di invecchiamento leggendario e una filosofia produttiva che non prevede legno nuovo — solo botti grandi.

Il San Lorenzo 2017 di Girolamo Russo, dall’Etna Nord: presentato da Giuseppe Russo, un Nerello Mascalese che è stato paragonato ai migliori Pinot Noir di Borgogna. Profondità, eleganza, persistenza. Il Sassicaia 2012 di Bolgheri: creato da Mario Incisa della Rocchetta, blend di Cabernet Sauvignon, Merlot e Cabernet Franc, con un’eleganza e una longevità che non hanno bisogno di commenti aggiuntivi. E infine il San Leonardo 2019, della famiglia Guerrieri Gonzaga, proprietà dal 1673: Cabernet Sauvignon e Franc, Merlot, Syrah, un vino che resta fresco anche nelle annate calde grazie ai venti alpini.

Otto vini, zero delusioni. Se c’è una masterclass da non perdere a Vinitaly, è questa. Gambero Rosso ha anche annunciato una grande festa per i 40 anni il 25 ottobre, con quaranta vini in degustazione, e il lancio di un’intelligenza artificiale addestrata sul loro archivio di contenuti.

I vini dell’Etna: contenuti buoni, esposizione meno

L’ultima masterclass della giornata, nel tardo pomeriggio: la decima edizione della guida ai vini dell’Etna di Cronache di Gusto. 124 cantine censite, circa 500 vini degustati, 32 selezionati come “imperdibili”.

Il territorio è unico. Un vulcano attivo a 3.403 metri, clima continentale e non mediterraneo, vigneti tra i 450 e i 1.000 metri di altitudine, oltre 1.300 ettari che rappresentano il 2% della produzione siciliana. 133 contrade ufficiali — l’equivalente dei cru borgognoni. Vitigni principali: Nerello Mascalese e Cappuccio per i rossi, Carricante per i bianchi. Viti centenarie sono la norma, non l’eccezione.

Tra i bianchi degustati: il Pietra Marina 2020 di Benanti, il vino storico che ha messo l’Etna sulla mappa. Milo, 800 metri, 24 mesi in acciaio: tagliente, fresco, con un potenziale di invecchiamento lungo. L’Etna Bianco Superiore 2022 di Villa Grande, cantina con 300 anni di storia, 90% Carricante in blend di campo, 12 mesi tra rovere francese e castagno siciliano: stile più morbido. E il Castellana di Cantine Nicosia, da 950 metri, 24 mesi in legno: molto giovane, ha bisogno di anni per integrare il legno con l’acidità.

Tra i rossi, una carrellata impressionante. Il Grenache 100% di Graci, da 1.200 metri a Grotte, uva di origine spagnola, affinato in anfora: erbaceo, tannini morbidi. L’Arcuria 2022 in botte singola, 90% Nerello Mascalese, elegante e fine — tipico della contrada Arcuria. Il Feudo di Mezzo 2022 di Cottanera, su una colata lavica diversa, suolo più denso: stile più rotondo e strutturato. Il Rampante 2022 di Passopisciaro, 900 metri, viti di oltre 140 anni, con le note di cenere e fumo che sono la firma di Rampante. L’Etna Rosso 2021 di Carranco, 500 metri vicino al fiume Alcantara — fresco nonostante l’altitudine inferiore grazie al microclima fluviale. Il Guardiola 2021 di Planeta Altamora, vigneto verticale tra 800 e 900 metri, tannini importanti e grande potenziale di invecchiamento. Il Calderara 2020 di Tornatore, su suolo pietroso e caldo che trattiene il calore: frutto più maturo, evoluzione più morbida. E il Franchetti 2016 di Passopisciaro, da viti di Alicante di oltre 200 anni, blend all’80%: l’equilibrio perfetto tra montagna e Mediterraneo.

Una masterclass ricca di contenuti. L’unico neo: l’esposizione. Condotta in un inglese un po’ traballante, lunga, con un ritmo che non ha reso giustizia ai vini in bicchiere. Il territorio e i produttori meritavano una presentazione più incisiva.

Quello che è mancato

Non ho dedicato tempo né agli spirit né alle birre. A Vinitaly, l’offerta è talmente ampia che ogni scelta implica una rinuncia. Quest’anno il vino ha vinto su tutto il resto. Gli spirit e le birre saranno per il prossimo anno.

Una giornata piena

Dal Sangiovese come vitigno camaleonte ai grandi vini italiani del Gambero Rosso, dai dealcolati ai rossi vulcanici dell’Etna, passando per il Raw Wine, l’autodegustazione altoatesina e un prosciutto sardo che non dimenticherò facilmente. Il 13 aprile è stata una giornata in cui Vinitaly ha mostrato la profondità del vino italiano: la diversità dei territori, la qualità dei produttori, la capacità di innovare senza perdere identità. Con il rammarico, come ogni anno, di non aver avuto abbastanza tempo per tutto.

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