Osteria Mercato, Stresa: sufficienza piena, e la mia parte finisce qui
Ci sono cene che si giudicano dal risotto. Questa è una di quelle, e non è una buona notizia. Perché a Stresa, in Piazza Capucci 9, l’Osteria Mercato compra il Carnaroli giusto, scrive in carta quale, e poi quella sera lo scuoce.
L’ingresso, l’interno e le foto che lavorano meglio del vero
Il locale sta appena fuori dal flusso turistico, dietro i vicoli del centro storico: la Michelin lo segnala nella selezione 2026 con due coperti, che nel linguaggio della guida significa comfort ottimale, e parla di ambiente contemporaneo con arredo personalizzato. Sarà.
L’ingresso non dice nulla, le fotografie in rete rendono decisamente meglio dell’originale, e l’interno, l’interno, è la parte su cui sono più severo: arredamento discutibile, nessuna idea riconoscibile, una personalizzazione che a me è sembrata più accumulo che progetto. Ci siamo seduti fuori. Faceva anche caldo, ma soprattutto non mi andava di restare lì dentro.
L’accoglienza, va detto, è corretta. Ci hanno seduti e serviti nei tempi, senza attese sospette e senza quella fretta da coperto da girare. Poi è arrivato il menù, un cartoncino non plastificato (piccola grazia) ma comunque un supporto un po’ povero per un locale che si presenta con una segnalazione in guida. Dettaglio minore. I dettagli, però, sono esattamente il mestiere.
Antipasti: uno sì, due no
Tre piatti scelti in condivisione, tutti dalla carta di stagione (maggio–luglio).
Fiori di zucca in tempura (12 €). I migliori della serata, senza discussione. Croccanti, saporiti, la pastella asciutta come dovrebbe essere. La tempura non perdona: se la temperatura non è giusta te ne accorgi al primo morso. Qui era giusta. Bene.
Guacamole e polipetti fritti (12 €). Il guacamole non era espresso, e si sentiva: quella patina scura e quel sapore un po’ appiattito che l’avocado prende quando aspetta in frigo. Il frittino, poi, muscio. Non croccante: molle. Un fritto che non è croccante è un fritto che ha aspettato in cucina, e il piatto vive esattamente di quel contrasto. Ah.
Asparagi (18 €). In carta sono scritti bianchi e verdi, con pecorino e bottarga. In tavola è arrivato un flan. Non ho niente contro i flan, e la tecnica non era sbagliata: il punto è che avevo ordinato un’altra cosa. Se la ricetta cambia, cambia anche la carta, oppure lo dice chi prende l’ordine. Diciotto euro per un’aspettativa disattesa restano diciotto euro.
Il risotto: qui la serata si decide
Carnaroli alle 3 P, panna, piselli, prosciutto, 22 €. In carta, sotto il nome del piatto, c’è scritto Riserva San Massimo. Non è un dettaglio decorativo: è il Carnaroli di Gropello Cairoli, primo in una degustazione alla cieca del Gambero Rosso tra i migliori Carnaroli italiani, quello che sta nelle cucine stellate e che l’anno scorso ha accompagnato Milano Cortina 2026. Un riso che perdona molto, perché tiene la cottura come pochi.
Era scotto. Completamente. Non “un filo oltre”: scotto.
Sopra, prosciutto cotto tagliato a macchina. Il cotto tagliato a macchina non è un reato, ma su un piatto da ventidue euro che si presenta con il nome del risicoltore in carta, l’effetto è quello di una firma d’autore sotto un fax. E soprattutto: se scrivi in carta quale riso usi, stai prendendo un impegno pubblico. Sbagliare la cottura di un Riserva San Massimo, dopo averlo scritto nero su bianco, è l’unico errore che non potevi permetterti.
La carta dei vini, e l’unica cosa che ho bevuto senza riserve
Al tavolo la carta non mi era sembrata immensa, ma sicuramente buona, e a controllarla a freddo devo correggermi al rialzo: la lista pubblicata dal locale è profonda, con un muro di Barolo e Barbaresco che arriva fino ai Roagna da quattro cifre, una verticale di Timorasso quasi maniacale, Franciacorta e Champagne in quantità. C’è anche un filone macerato dichiarato, dalla Ribolla di Gravner ai Collio di Damijan. Chi compra quei vini sa cosa fa.
Ho preso la Vitovska di Skerk, e qui torno volentieri sul terreno che amo. Sandi Skerk sta sul Carso triestino, poco più di otto ettari, una produzione microscopica, cantina scavata nella pietra calcarea. La Vitovska è l’autoctono che resiste alla bora e alla siccità, e nella sua versione macera un mese sulle bucce in tini di legno, poi resta un anno sui sedimenti nobili, senza chiarifiche né filtrazioni. Nel bicchiere: colore ambrato, frutta gialla matura, erbe, una spinta balsamica e un finale sapido che ti asciuga la bocca.
Piacevole. E anche generosa, perché è stata lei a raddrizzare il fritto molle: la sapidità e quel tannino leggero facevano il lavoro che la frittura aveva smesso di fare. Curiosità da nerd: nella carta pubblicata online lo Skerk non c’è. È un acquisto recente, quindi la cantina è viva e continua a muoversi. Peccato che quella sera in cucina si muovesse meno.
Il conto
La Vitovska mi è stata addebitata due volte. Crediamo alla buona fede di chi ha battuto il conto (succede, soprattutto in una serata piena), ma il conto è l’ultima portata: si ricorda come tutte le altre. Un controllo in più prima di consegnarlo costa dieci secondi.
In sala si parlava tutto tranne l’italiano
Credo fossimo gli unici italiani del locale. Non è una mia impressione da milanese in trasferta: nel 2025 circa l’80% dei pernottamenti del Verbano-Cusio-Ossola è arrivato dall’estero, le località del Lago Maggiore da sole raccolgono il 76% delle presenze provinciali e l’85% di quelle straniere, con Germania, Paesi Bassi e Svizzera in testa. Negli ultimi dieci anni le presenze internazionali sono cresciute di quasi un milione, +47%.
Quindi no, il lago non ha perso smalto con gli italiani. È solo diventato un prodotto d’esportazione, e gli italiani non sono più il pubblico che conta. Il che spiega qualcosa anche del piatto. Una sala che si rinnova ogni tre giorni non rimanda indietro un risotto scotto: fotografa, sorride, paga e riparte per Isola Bella. Chi non torna non protesta, e un ristorante che non riceve proteste smette di misurarsi.
Il verdetto
Una sufficienza, tirata: 6/10. La tempura era buona, la carta dei vini di livello, il servizio corretto e la materia prima scelta con criterio. Ma il piatto che portava il nome più impegnativo della serata è arrivato sbagliato, un antipasto era un altro piatto, uno era stanco, e il conto aveva un errore.
Non ci torno. Non è rancore: è che a Stresa, con quello che ho speso, la seconda occasione la do a qualcun altro.
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