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Cibo • • 4 min di lettura

Montenapoleone apparecchia la tavola: Dior, Louis Vuitton e Buccellati passano dal camerino al coperto

Via Montenapoleone 📍 Milano
Dal camerino al coperto
Dal camerino al coperto

In via Montenapoleone il prodotto più ambito di questo autunno non si prova davanti allo specchio: si ordina al tavolo. Tre maison, tre formule diverse, un’unica idea di fondo. La boutique non basta più come luogo di vendita e diventa luogo da frequentare, possibilmente seduti e con un bicchiere in mano. Resta da capire se il piatto regge il peso dell’insegna, o se l’insegna serve a far dimenticare il piatto.

Dior e Bartolini, la sartoria in carta

L’apertura più attesa è anche la più recente. Monsieur Dior, firmato da Enrico Bartolini dentro la boutique di Montenapoleone, ha aperto venerdì 18 settembre, giusto in tempo per la Fashion Week. I numeri contano: è il primo ristorante della maison in Italia e la prima collaborazione dello chef con un marchio di moda. A Parigi, al 30 di Montaigne, Dior ha già il suo Monsieur Dior affidato a Yannick Alléno, quindi più che un esperimento è una replica con accento milanese.

La carta è il punto in cui lo stile rischia di mangiarsi la sostanza. Tra gli antipasti c’è la Tartare Fleuri di manzo piemontese con pomodori confit, tra i primi gli Spaghetti J’Adior, che poi sono una cacio e pepe. Il gioco di parole fa sorridere una volta, alla seconda lettura stanca. Più interessante la parte seria: il Risotto Signature alle rape rosse e gorgonzola e, a cena, un percorso di cinque portate a 150 euro, da ordinare per l’intero tavolo. Prezzo coerente con il contesto, formula rigida da ristorante gastronomico. La cucina di Bartolini non ha bisogno di vestiti nuovi. Vedremo se il pubblico della boutique ha bisogno di Bartolini.

Louis Vuitton e Da Vittorio, il precedente che funziona

Dior arriva secondo, e lo sa. Louis Vuitton aveva già aperto nel 2025, nella sua sede milanese, il Da Vittorio Café e il ristorante DaV, insieme al gruppo dei Cerea. Il DaV sta in via Bagutta 1 e la Guida Michelin ne descrive bene l’impostazione: una proposta che rivendica l’italianità, aggiornata a un gusto più moderno e adatto alla clientela, in un ambiente da bistrot elegante con una sala già molto frequentata e un soppalco più raccolto.

È il modello più solido dei tre per una ragione semplice: il marchio della cucina pesa quanto quello della borsa. I Cerea non fanno da decorazione a Vuitton, portano una clientela propria e una credibilità che non si compra con un allestimento. Se il DaV ha già un anno di rodaggio e la sala piena, il merito è più della cucina che del monogramma.

Buccellati, il caviale come argenteria

Buccellati sceglie la strada opposta: niente chef famoso, niente carta da raccontare. Solo caviale e champagne, in un ambiente che ne fa un rito. Il Caviar Bar sta nel cortile di Palazzo Gavazzi, al 23 di via Montenapoleone, ed è riservato a clienti e ospiti della maison. Lo ha progettato Chahan Minassian, ispirandosi alla collezione Caviar e al suo motivo a microsfere d’argento, su due livelli tra specchi, velluti e vetri di Murano.

Qui il cibo è dichiaratamente un accessorio. Il caviale prende il nome dalla collezione, la collezione arreda il bar, il bar invita a comprare la collezione. Il circolo è perfetto e chiuso, come l’accesso. Non è un locale su cui esprimere un giudizio gastronomico, perché non nasce per essere giudicato così. È un salotto di rappresentanza, e come tale funziona.

Il senso dell’operazione

La logica commerciale è lineare. Comprare un abito o un gioiello richiede una decisione d’acquisto; sedersi a tavola permette di frequentare l’universo di una maison senza doverla prendere. Per il marchio significa moltiplicare e prolungare i contatti. Il fenomeno non riguarda solo questi tre nomi: Fendi ha portato Langosteria a Palazzo Fendi e Prada ha appena rinnovato il suo indirizzo in Galleria con arte, pasticceria e ospitalità.

Il mio criterio resta quello di sempre, logo o non logo. Un ristorante vale se ci tornerei anche togliendo l’insegna dalla porta. Da Vittorio in via Bagutta supera il test sulla carta. Bartolini ha tutti i mezzi per superarlo, a patto che gli Spaghetti J’Adior restino una battuta e non diventino una linea editoriale. Buccellati il test non lo sostiene nemmeno, e forse è la scelta più onesta dei tre.

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